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Natalino Irti, a leading figure in civil law and general legal theory, passed away on 11 June

Nella seconda metà del ’900 e nel primo quarto del secolo attuale Natalino Irti (Avezzano 5 aprile 1936 – Roma 11 giugno 2026) è stato un pilastro del diritto civile e della teoria generale del diritto, e al contempo un interprete illuminato della società e delle sue trasformazioni. 

Il suo ingegno si è applicato in plurimi contesti, e sempre con larghissimo successo: vincitore di concorso a cattedra a 32 anni, in meno di un decennio è asceso alla cattedra di diritto privato presso la Sapienza di Roma, dopo rapidi passaggi nelle Università di Sassari, Perugia, Parma e Torino; affermatissimo avvocato delle grandi questioni, ha posto il suo prezioso sapere a disposizione delle maggiori istituzioni nazionali, ora quale consulente, ora quale arbitro, ora quale difensore in importanti controversie; sensibile ai temi dell’economia e dell’impresa, ha assunto prestigiosi incarichi in grandi enti: presidente del Credito italiano per più mandati, vicepresidente dell’Enel, membro del consiglio di presidenza dell’IRI nella stagione delicata e tormentata delle privatizzazioni. 

Ma è soprattutto nella cultura, negli studi e nell’insegnamento che il suo genio si è manifestato appieno, lasciandone traccia indelebile nella comunità scientifica. 

Tra le moltissime opere, particolare incisività va ascritta allo studio, edito alla fine degli anni ’70, sul progressivo mutamento del ruolo storicamente deputato al codice civile: L’eta della decodificazione ne rivelò la perdita di centralità, a vantaggio di microsistemi destinati a frantumare l’unitarietà dell’impianto ottocentesco e a determinare il crollo della coerenza sistematica propria dell’ordinamento nazionale per oltre un secolo. 

Amplissimo è stato l’arco delle sue riflessioni, nei primi anni incentrate su profili esegetici, e poi estese a penetranti analisi della società civile e politica, dell’ordine giuridico del mercato, del linguaggio del giurista, della relazione tra diritto e tecnica, dell’uso giuridico della natura, di una tecnoeconomia e di un tecnocapitalismo che dominano cose e uomini. 

Questo vivido itinerario intellettuale lo ha portato a sempre più intensi dialoghi con autorevoli studiosi di altre discipline non estranee al diritto ed anzi ad esso limitrofe: la filosofia, la storia, la letteratura. Tra gli insigni interlocutori Tullio Gregory, Emanuele Severino, Massimo Cacciari. Sono gli anni in cui l’ampiezza dei suoi interessi si è tradotto nell’illuminante impegno all’Accademia dei lincei, nella ventennale presidenza dell’Istituto di studi storici Benedetto Croce, nella scelta di estendere il suo insegnamento universitario alla teoria generale del diritto. 

Mai attirato dal potere fine a se stesso, ha sempre declamato la riverenza e la fedeltà al suo grande maestro, Emilio Betti, e memore del motto fortitudo mea oboedientia maiorum non ha mancato di ricordare che devozione non significa cieco conformismo e piatta adesione all’insegnamento ricevuto, poiché «il vero maestro è quegli che genera e promuove la consapevole diversità». Un atteggiamento, questo, rivelatore del grande spirito di tolleranza che ne ha animato il magistero e il rapporto con i numerosi allievi: insegnare – nel senso di “lasciare un segno” – non significa creare allievi-fotocopia, ma stimolarne la curiosità, la coerenza del metodo, il rigore dell’analisi in un contesto di orgogliosa libertà e di inderogabile autoresponsabilità. 

La cultura italiana ha perso un grande protagonista, l’Accademia dei Lincei uno dei suoi soci più operosi e più illustri.

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