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Biagio de Giovanni, outstanding philosopher, has passed away on April 22, 2026

de Giovanni, Biagio

Biagio de Giovanni è stato sicuramente uno dei più importanti e significativi filosofi italiani della seconda metà del Novecento. Ma se si racchiudesse la sua esperienza umana e intellettuale in questo unico cerchio non si comprenderebbero la ricchezza e la complessità della sua figura. Certo, è stato un pensatore di grande spessore, ma ha avuto anche un rapporto profondamente intenso con la politica: è stato membro della Direzione del PCI, una specie di sinedrio nel quale era difficilissimo entrare anche per i politici di professione e i funzionari di partito. Fu Achille Occhetto, allora Segretario del partito, a volerlo in quell’organismo: aveva apprezzato un libro interessante e ora un po’ dimenticata di de Giovanni, La nottola di Minerva, che, nonostante il titolo di ascendenza hegeliana, era un libro nettamente politico, con l’obiettivo di intervenire nel dibattito del Partito comunista che si stava trasformando nel Partito democratico della sinistra. 

De Giovanni non aveva avuto sempre un rapporto così intenso con la politica, che diventa per lui centrale quando si trasferisce a Bari come professore di Filosofia morale e stabilisce rapporti profondi con il gruppo di intellettuali-politici raccolti nella casa editrice De Donato. Con quest’ultima collaborò in modo organico, pubblicandovi anche alcuni dei suoi libri più importanti: Hegel e il tempo storico della società borghese – che segnò un’epoca negli studi hegeliani – ed anche La teoria politica delle classi nel ‘Capitale’, un libro che ebbe meno fortuna perché la situazione intellettuale e politica italiana stava cominciando a cambiare e non vi era più interesse per i temi trattati in quel libro. Fu dunque a Bari che de Giovanni stabilì rapporti nuovi e diretti con la politica e fu nella Università di quella città che formò un gruppo di allievi di notevole qualità come Giuseppe Vacca, Franco Cassano ed altri che si muovevano fra l’Università e la De Donato, nella quale operavano personalità di primo piano come Franco de Felice, uno dei più importanti storici della sua generazione, e Mario Santostasi, direttore editoriale della casa editrice. 

Volendo periodizzare ascesa e declino di una esperienza come quella di de Giovanni bisognerebbe arrivare agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, quando finisce la «quistione degli intellettuali» di cui avevano parlato Gramsci e Togliatti connettendola direttamente a una interpretazione della genesi del fascismo che vedeva appunto nello scarto fra cultura e movimento operaio uno degli elementi che erano stati alla base della sconfitta di quest’ultimo in Italia.

De Giovanni ha avuto un ruolo e una funzione di notevole rilievo anche nella politica europea, è stato Presidente della Commissione per gli affari istituzionali del Parlamento europeo, ed è anche per questa esperienza che l’Europa è diventata un centro della sua riflessione sia politica che teorica: per de Giovanni l’Europa è la filosofia e non si capirebbe quella che è stata la sua funzione se non si tenesse fermo questo rapporto, messo da de Giovanni al centro di un libro del 2004: La filosofia e l’Europa moderna – tema questo con cui si è confrontato fin nei suoi ultimi anni, quando cominciò a venir meno il ruolo storico dell’Europa. 

Dal 1981 al 1986 è stato il direttore della rivista ‘Il centauro’ partecipando attivamente al dibattito politico e filosofico di quegli anni, prendendo posizione, fra l’altro, contro il pensiero debole e continuando a ribadire anche allora la centralità per lui del pensiero di Hegel. 

In sintesi, una personalità molto complessa, in cui si sono intrecciati elementi filosofici, politici e istituzionali (è stato rettore dell’Università degli studi di Napoli “L’Orientale” dal 1987 al 1989), con un’attenzione costante alla storia e al destino dell’Europa: lo conferma La filosofia e i totalitarismi europei fra XIX e XX secolo, il suo ultimo libro, nel quale al centro dell’analisi sono alcuni dei più eminenti filosofi fra Otto e Novecento – Marx, Nietzsche, Heidegger, Gentile –, ma anche una figura di straordinario rilievo come Canetti. 

De Giovanni conclude questo libro consapevole di essere arrivato alla fine della vita, come appare chiaro dalle ultime pagine, in cui precisa che esso «non avrebbe potuto avere un seguito», ricordando – in una sorta di congedo – il maestro che più era stato importante per la sua formazione: Angelo Ermanno Cammarata, nel cui nome, così dice, intendeva chiudere definitivamente le sue ricerche. 

Colpisce – ed è un dato che va sottolineato – la straordinaria laboriosità di de Giovanni, la sua eccezionale disciplina, che lo fa resistere nei momenti più difficili: per riprendere l’espressione di un autore che de Giovanni ha amato molto, la morte non l’ha colto in «ozio stupido». Sarebbe però un errore pensare a de Giovanni come un intellettuale chiuso nelle sue ricerche, e non solo per l’apertura che ha sempre avuto nei confronti della politica, ma anche per il gusto della vita che ha mantenuto fino alla fine e che lo ha spinto a coltivare profondi rapporti di amicizia: per questo, quando compì 90 anni, un gruppo di amici gli dedicò un volumetto intitolato Il libro degli amici. Per Biagio de Giovanni

Per la sua vasta attività è difficile raggruppare le sue ricerche intorno a dei nuclei fondamentali, che però possono essere in prima approssimazione così sintetizzati: il pensiero e la tradizione filosofica meridionale; l’idealismo tedesco, con particolare riferimento ad Hegel; la filosofia italiana fra Otto e Novecento, con speciale attenzione a Gentile e a Croce. Intorno a tutti questi temi ha pubblicato saggi e volumi che hanno lasciato un segno.

Esiste dunque, venendo al primo punto, una tradizione filosofica meridionale alla quale spetta un posto autonomo nel grandioso orizzonte filosofico dell’Europa. Di essa sono momenti fondamentali Telesio, Bruno, Campanella, Vico, Giannone. Si tratta di una grande concezione metafisica, che non coincide, però, con l’arretratezza, anzi; la metafisica è stata un tratto decisivo per fondare l’Europa quale continente della libertà. La filosofia meridionale non ha però niente a che fare con un confine geografico, tantomeno con una disposizione ambientale: è una realtà culturale, che si connette a sua volta con la grande filosofia greca che ne è una matrice essenziale. 

Nel Mezzogiorno, come si vede dai nomi appena citati, nasce una via della modernità che non si risolve – e su questo de Giovanni insiste molto – nella razionalità scientifica.

Il moderno è uno scenario aperto nel quale è identificabile una pluralità di posizioni e di prospettive a loro volta piene di ambiguità. De Giovanni insiste molto sull’opposizione fra Cartesio e Vico: «il vero, unico avversario di Vico è Cartesio, ovvero un altro inizio del moderno affidato all’autocertezza del cogito». In questa indagine – e anche in questa radicale riapertura del problema del moderno – svolge un ruolo centrale il concetto di Vita, che si può considerare uno degli assi centrali della sua posizione: un nucleo filosofico fondamentale, che svolge in un rapporto costante con Husserl. È proprio questo concetto di Vita che è al centro dei saggi assai importanti che dedica a Giordano Bruno e a Tommaso Campanella e dell’analisi critica che svolge della cultura filosofica napoletana del Seicento. Ed è dunque a questo concetto che bisogna guardare per comprendere la sua ricerca sia sul piano filosofico che su quello storico-filosofico. 

Un altro campo al centro del suo lavoro è la filosofia tedesca, in modo particolare Hegel, che, come egli stesso dice, insieme a Vico è stato l’autore decisivo che l’ha accompagnato lungo tutta la sua vita. Ed è stato oggetto, come abbiamo detto, di molti saggi, fra i quali merita ricordare l’ultimo che ha pubblicato: Hegel, ‘Fenomenologia dello spirito’. Un racconto sulla formazione della coscienza europea

Lo scontro, scrive, è fra l’Illuminismo da un lato, cioè la Francia, e l’idealismo dall’altro, cioè la Germania: «Hegel – scrive – immaginò che alla crisi dell’Illuminismo francese dovesse succedere la nascita dell’idealismo tedesco. Francia e Germania in un continuo confronto». Ma Hegel si contrappone a tutte le filosofie del conoscere e in primo luogo a Kant, il quale rappresenta uno snodo centrale del suo discorso. Kant e Hegel procedono per vie opposte.

Su questo punto de Giovanni insiste: è la coscienza trascendentale che fonda la filosofia di Kant, il quale «si guarda bene da un cominciamento che riguardi la coscienza sensibile, distanza incommensurabile dal percorso proposto da Hegel». «Si tratta», ribadisce de Giovanni, «delle due più grandi stabilizzazioni del proprio corso storico che la filosofia europea abbia tentato». Hegel, che pure riconosce l’importanza dell’Illuminismo, vede in esso la celebrazione dell’utilitarismo: la sua «vera verità», cioè, «una riduzione di quella che lui giudica la pochezza metafisica del movimento francese». 

La lotta di Hegel è, dunque, con tutte le filosofie del conoscere che considerano l’Assoluto irraggiungibile, e questo «per l’esteriorità dell’Altro che si oppone esteriormente al Sé». E il contrasto non è però solo filosofico, ma riguarda anche la politica, anzi, il formarsi di una nuova idea della politica, incentrata sul cittadino – non sull’uomo astratto – e sulla «costituzione di una comunità di uomini liberi». 

Hegel, scrive anche in polemica con Heidegger, è il filosofo del «non fondamento» e di questo la Fenomenologia è la manifestazione più chiara. Centrale nella ricerca di Hegel sul cammino della coscienza – la vera protagonista della sua opera – è il riconoscimento dell’«immane potenza del negativo», della «funzione della negazione della negazione»: per Hegel «la sostanza è il negativo». 

Si è infine richiamata anche l’importanza che ha avuto per lui la filosofia italiana fra Otto e Novecento: Gentile, che è stato uno dei suoi principali autori, e Benedetto Croce, al quale ha dedicato anche recentemente un libro importante, Libertà e vitalità. Benedetto Croce e la crisi della coscienza europea, un titolo che si cita anche perché raccoglie alcuni nuclei centrali del suo pensiero: il tema della vita e quello della crisi della modernità e della pluralità di vie che egli sottolinea. 

È stato un notevole storico della filosofia, ma muovendo sempre da domande filosofiche precise, fra le quali specialmente negli ultimi anni spicca, anche attraverso l’analisi del parricidio platonico di Parmenide, il problema del finito, la questione della finitezza che deve essere salvata dalla contingenza – tema che è al fondo della ricerca su Hegel, come delle altre di questo periodo.

Non si potrebbe però abbozzare, nemmeno per linee molto sommarie come si è fatto qui, un ritratto di de Giovanni trascurando quello che è stato un lato essenziale della sua personalità, la passione per l’arte, in modo particolare per la pittura napoletana e meridionale del Seicento, di cui è stato uno straordinario collezionista. A volte, quando si parlava con lui o si entrava nella sua bellissima casa, era difficile capire se si era di fronte a un importante filosofo quale egli era, oppure a uno straordinario storico dell’arte, capace di trovare nelle botteghe napoletane quadri eccezionali, ormai sepolti dalla polvere e che lui era capace di riportare a una nuova vita.

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