
Ci saranno altre occasioni per ricordare la straordinaria personalità di Gennaro Sasso, come studioso, cittadino, intellettuale; saranno promosse dalle istituzioni cui fu più legato, a cominciare da noi, dall’Accademia dei Lincei. Qui si vogliono ricordare solo alcuni aspetti della sua personalità e i temi fondamentali della sua ricerca, almeno quelli che appaiono più evidenti nel corso di una vita impegnata nello studio per oltre settanta anni, fino all’ultimo momento.
Ma non è solo la lunghezza di questa straordinaria attività che rende difficile individuarne gli elementi di fondo; a complicare l’impresa c’è un altro elemento, direttamente connesso alla figura di Sasso come studioso. Non si è mai risolto solamente in un ambito disciplinare; si è esercitato in ‘generi’ differenti, secondo una prospettiva autenticamente interdisciplinare, estendendo in modo progressivo l’orizzonte della sua ricerca, ma mantenendo ben fermi, e saldi, i problemi da cui essa era generata. Si potrebbe dire di lui quello che disse una volta scherzando di Machiavelli: tante persone in un solo uomo. Storico delle dottrine politiche, storico della filosofia, storico della letteratura, filosofo in senso stretto, eccezionale musicologo… Dunque, una mirabile polifonia, ma, al contempo, la ripresa e lo sviluppo di temi costanti: variati, sviluppati, ma con una lunga fedeltà alle ragioni che da giovanissimo lo avevano spinto alla ricerca nei suoi vari aspetti come ‘scelta di vita’. Era capace di scrivere nello stesso anno, quando ne aveva ormai novantasette, un prezioso libro su Adolfo Omodeo, confrontandosi dunque, e di nuovo, con la filosofia di Croce e di Gentile, con l’idealismo italiano; e un libro di alta filosofia teoretica, Essere, storia, in cui sviluppa in modi originali alcuni temi costitutivi del suo pensiero, testimoniando in concreto che era una delle figure più alte della filosofia europea degli ultimi decenni.
Ma in questo atteggiamento si esprimeva il suo fondamentale non conformismo. Si può essere netti su questo; non ha mai aderito alle mode, anzi le disprezzava, e non ha mai svolto incarichi pubblici per puro interesse personale e per passione per il potere: quando si è trovato a disagio anche in luoghi che gli erano stati cari e di cui non condivideva più le scelte, non ha avuto alcuna esitazione: si è dimesso, senza pentimenti. Era per questo una persona rara, un hombre vertical, nel senso pieno della parola.
Troppe cose dunque da dire, e non si può fare qui; si possono solo segnalare, si è già detto, alcuni tratti di una personalità, di un uomo fuori del comune. E per farlo occorre in primo luogo riferirsi al suo senso dell’amicizia, al suo rapporto con gli amici, ai quali fu sempre fedele, sino ad aver pubblicato recentemente un libro specificamente dedicato a loro fin dal titolo: un’eccezione rispetto alla sua critica dell’autobiografia.
Nella sua vita sono stati sempre presenti gli amici con cui confrontarsi sul piano umano e su quello scientifico: con De Caprariis ha discusso di Guicciardini, fino alla fine, con Arnaldi di Dante, con Ferrara di Solone… Non ha mai accettato che fossero dimenticati, tanto meno divorati, e sepolti, dal tempo. Ha combattuto sempre per tenerli in vita: i compagni di studio, ma anche i maestri che erano diventati amici, con il passare del tempo. L’amicizia è stato un pernio della sua esperienza umana ed intellettuale.
Quando parlo degli amici penso ad alcune personalità precise, alcune già citate: Giovanni Ferrara, ‘l’amico’, Girolamo Arnaldi, Gilmo, al quale fu sempre legatissimo, Rosario Romeo per cui ebbe un’ammirazione senza confini, Vittorio de Caprariis, Renato Giordano, l’amico prematuramente scomparso e mai dimenticato.
Tutte persone, tutti amici, incontrati a Roma negli anni dell’Università, oppure a Napoli nelle aule dell’Istituto italiano per gli studi storici, negli anni in cui l’Istituto fu diretto da Federico Chabod, maestro amatissimo e alla cui lezione civile, oltre che scientifica, rimase sempre profondamente legato – con Carlo Antoni Chabod era stato relatore della sua tesi. Fu per Sasso un modello indimenticabile. E Chabod, bisogna dirlo, fin dall’inizio comprese le particolari qualità di quel suo giovane allievo, come risulta dalle dispense del corso che tenne alla Sapienza romana su Machiavelli, in cui ricorda – ed era un fatto eccezionale – Sasso: un ‘ex allievo’, così dice, sostenitore di un’interpretazione della fortuna differente dalla sua, ma di cui, evidentemente, bisognava tenere conto.
Non si capisce Sasso, e il suo mondo intellettuale, spirituale, se non si pensa da un lato all’Università di Roma tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, dall’altro lato all’Istituto di Napoli negli stessi anni, dove, grazie alla personalità di quello straordinario direttore, si formarono alcune delle più eminenti personalità della cultura storica degli anni Cinquanta e Sessanta. Vi era entrato come allievo, vi rimase poi come professore, direttore scientifico, infine consigliere onorario – una carica da cui però si dimise poco dopo la nomina.
Ma per Palazzo Filomarino ebbe, fino alla fine, un’attenzione particolare, un sentimento di affetto, direi, e anche di gratitudine assai profondo. Era il palazzo in cui aveva conosciuto Benedetto Croce, che – come ricordava ammirato lo stesso Sasso – aveva invitato il giovane allievo, alzatosi dalla sedia in segno di rispetto, a sedersi e a non perdere tempo.
E lì aveva seguito le lezioni di Federico Chabod, ricevendo da entrambi, lo sottolineo ancora, una lezione che andava al di là del confine scientifico, e toccava quegli strati profondi in cui si costruiscono le personalità degli individui, e matura anche uno stile di vita.
Sasso è stato però un uomo pieno di ironia, e ha saputo rivolgere alle cose uno sguardo divertito ed era per questo piacevole parlare con lui, come sanno tutti quelli che l’hanno conosciuto, anche in questa Accademia. Ma è stato anche uno studioso profondamente disciplinato, impegnato fino alla fine nel suo lavoro di filosofo e di storico: disprezzava i dilettanti, i chiacchieroni, coloro che assumono cariche senza averne meriti e capacità, detestava le clientele politiche, il familismo amorale, e infatti non ha mai avuto nel mondo accademico un peso pari al suo valore di studioso; ma era lui per primo a tenersene lontano. Quello che conta è il lavoro serio, rigoroso, disciplinato, giorno dopo giorno: per lui si può ripetere quello che Croce disse per sé stesso: non si può non morire, anzi alla fine la vita può diventare un carcere, ma la morte non può e non deve trovarci in “ozio stupido”. Il lavoro è il carattere della nostra umanità: un lavoro che può diventare gioia, come avveniva nel suo caso, se si incrocia con i sentimenti e le passioni più profonde.
Al mondo dell’Istituto di studi storici apparteneva una figura che gli fu carissima, già evocata, Adolfo Omodeo, che riteneva ingiustamente dimenticato, e che lo attraeva per la complessità di studioso e la sua serietà di uomo, di antifascista. Ma, a conferma della sua curiosità e del suo non conformismo, era affascinato anche da Delio Cantimori – una figura diversissima da Omodeo, sulla quale tenne uno dei suoi ultimi seminari all’Istituto italiano per gli studi storici. E cito Cantimori, perché questo suo interesse – ha scritto un libro su di lui – contribuisce a far capire cosa, dietro la superficie, fosse alle origini della sua passione per l’esperienza umana in tutte le sue forme, anche per quelle in apparenza più lontane da lui: era attirato da personalità come quella e da temi come la fine del progresso, la decadenza. Sapeva di vivere, e ogni giorno ne era una conferma, in un tempo, in un mondo che era ormai lontanissimo da quello in cui si era formato. Quelli che all’inizio gli erano apparsi germi e sintomi di una decadenza, si erano, ormai, rivelati in piena luce come agenti distruttori del suo mondo. Ed è questa consapevolezza che ha reso più malinconiche le ultime stazioni della sua vita. Il che non significa che si sia arreso, era testardo, una natura polemica, amava andare controcorrente.
Non si capirebbe una personalità così complessa se non si ricordasse che fu profondamente legato alle istituzioni in cui gli toccò di vivere e di lavorare: l’Università, dalla quale poi si distaccò per le trasformazioni che l’avevano investita, tutte negative a suo giudizio – bastava dire ANVUR perché si rivoltasse. Fu legato a lungo, l’ho già detto, all’Istituto di Napoli; ma soprattutto, e profondamente, fu sempre legato alla Accademia dei Lincei: un riferimento, per lui, fondamentale fino agli ultimi mesi di vita. Dell’Accademia aveva un concetto altissimo. La riteneva, come è giusto, l’istituzione culturale e scientifica più alta che ci sia in Italia e si è sempre preoccupato in maniera diretta non solo della sua Categoria, la V, ma dell’Accademia nella sua interezza, proprio per questo ruolo straordinario che gli accordava. Ai Lincei si poteva entrare solo per il merito, per il contributo effettivo che si era riusciti a dare sul piano scientifico, la cooptazione in Accademia doveva essere il riconoscimento più alto del lavoro svolto: non una medaglia, ma un impegno a continuare a lavorare, a fare meglio. E bisognava rispettarne i riti, le forme: una volta rimproverò un consocio più giovane perché non aveva messo la spilletta, era una mancanza di riguardo, come a suo tempo aveva spiegato a lui, caduto nello stesso errore, il Presidente Giorgio Salvini. L’Accademia era parte di quell’Italia civile nella quale si era riconosciuto fin da giovane e per la quale ha combattuto, con le sue armi, fino alla fine della vita.
Si è già ricordata la sua curiosità, la sua versatilità, la capacità di muoversi in ambiti disciplinari diversi. Come ha ripetuto più volte, avrebbe voluto fare il filologo classico, e aveva cambiato idea – ma lo diceva in modo ironico – quando aveva visto in azione un gigante di quella disciplina come Scevola Mariotti. Ma il mondo antico, e lo conferma il suo libro bellissimo su Lucrezio, è sempre stato il centro vitale del suo lavoro.
Sasso non amava le autobiografie, e non aveva mai voluto scriverne una nonostante le sollecitazioni degli amici. E non l’aveva voluto fare per una ragione che conviene riportare, perché getta luce sul modo in cui Sasso pensava a sé stesso: “una autobiografia presuppone una biografia o, in termini più semplici, che occorra aver vissuto una vita che non sia stata segnata solo d’avventure, o meglio, avvenimenti intellettuali perché abbia un senso il proposito di raccontarla ad altri”. Ma l’eccezione fatta nel caso del libro sugli amici sopra richiamato nasceva dalla consapevolezza di avere avuto “in sorte di consumare gli anni che gli sono stati destinati in un periodo storico particolarmente agitato”, il che rendeva “difficile resistere alla tentazione di revocarne, in relazione alla sua persona, qualche aspetto o episodio”.
È evidente in una battuta come questa l’incidenza del suo maestro Benedetto Croce, il quale in un frammento di etica bellissimo sostiene che la nostra vita non è altro che “un correre alla morte, alla morte della nostra individualità; che cosa è il lavoro se non la morte nell’opera che si stacca dal lavoratore e gli si fa estranea?”
Ma quel suo “correre” è stato pieno di opere: su Machiavelli (è stato il primo a sottolineare la centralità del tema del conflitto, diventato ormai di moda in Italia e negli Stati Uniti, ma presentato come fosse una novità); su Guicciardini (ha ripensato il tema del ‘particulare’, demolendo in maniera definitiva il mito desanctisiano); su Croce (considerandolo in primo luogo come filosofo); su Gentile (andando oltre i confini della storiografia dell’antifascismo e rimarcando l’originalità e la novità speculativa di un testo come la Filosofia dell’arte), su Dante (analizzando il rapporto tra allegoria e simbolo, ma studiandolo da una pluralità di punti di vista); sul pensiero contemporaneo (sviluppando una propria e originale posizione, illustrata con grande chiarezza nel suo ultimo libro Essere, storia). E va ricordato anche il suo interesse per Manzoni, su cui ha scritto pagine indimenticabili.
Troppe cose, si è già detto. Ogni morte è unica, singolare, irripetibile. Sta a noi tenere accesa la presenza di questo maestro linceo.

