Il 17 giugno si è spento a Bologna, Carlo Ginzburg, storico insigne, che lascia un segno profondo sulla storiografia di ogni parte del mondo. Aveva 87 anni ed era nato a Torino da Leone Ginzburg, ebreo di origini russe e studioso di letteratura russa, militante antifascista nelle fila di Giustizia e Libertà, tra i fondatori della casa editrice Einaudi, morto a Roma nel 1944 in seguito alle torture infittegli in carcere dai tedeschi. Sua madre, Natalia Levi Ginzburg fu una valente e celebre scrittrice italiana, la cui straordinaria vena narrativa si trasmetterà anche al figlio che ne farà un uso magistrale nei suoi scritti storici. Nato e cresciuto in questo mondo ricco di cultura cosmopolita e di passioni politiche, Ginzburg studiò alla Scuola Normale di Pisa, dove ebbe tra i maestri che più lasciarono il segno sulla sua formazione Arnaldo Momiglisno e Delio Cantimori, che lo guidò verso gli studi sulla storia della vita culturale e religiosa del Cinquecento, mentre le riflessioni di Momigliano sul ruolo dell’ebraismo nel mondo antico, certo evocative dell’immane tragedia novecentesca, contribuirono a indirizzare le sue ricerche verso i perseguitati e i marginali. Un soggiorno al Warburg Institute di Londra, infine, ne assecondò l’interesse per il significato delle immagini, le contaminazioni culturali, la trasmissione di tradizioni, il pluralismo metodologico. Anche grazie a una cultura sconfinata, capace di spaziare nei più diversi ambiti del sapere – letteratura, arte, antropologia ecc. – Ginzburg ha saputo guardare al passato con prospettive originali e inesauribile creatività, fino a diventare lo storico italiano più noto e ammirato all’estero, come dimostrano le traduzioni dei suoi libri in oltre venti lingue. E lo dimostrano anche gli articoli che ne hanno annunciato la scomparsa su «Le Monde» e «The New York Times». All’estero del resto egli ha insegnato a lungo, a Los Angeles (UCLA) soprattutto, ma con soggiorni anche a Harvard, Yale, Princeton, per rientrare poi in Italia, a Bologna e alla Normale di Pisa.
Al centro dei suoi interessi, sin dal primo lavoro su I benandanti (1966), uno studio su antichi culti agrari friulani via via trasformati dalla repressione inquisitoriale in eresie e infine introiettati come tali dalle stesse vittime, si pone la questione del nesso e delle contaminazioni tra alta e bassa cultura. Così nella ricerca sulla strega modenese Anastasia la Frappona e i suoi rapporti con un dotto professore (1970), o ancora in quella su Il formaggio e i vermi (1976), il cui protagonista, il mugnaio friulano Domenico Scandella detto Menocchio, espone all’inquisitore una sua cosmologia materialista, incompatibile con quella del magistero ecclesiastico e della filosofia aristotelica, nella quale si riflette un complesso frammento della visione del mondo delle classi subalterne, in gran parte contadini. Un mondo popolato da streghe, trasportate da voli notturni al sabba, ai giuramenti diabolici, ai riti blasfemi, alle pratiche sessuali che ne costituivano il cuore e davano vita a presenze minacciose sempre incombenti sulla vita di tutti i giorni. Un mondo prigioniero tuttavia della sua strutturale dimensione orale che lo rendeva inaccessibile o incomunicabile con la cultura dotta, il cui monopolio del latino e delle fonti scritte costituiva un poderoso strumento di potere delle classi dominanti.
Non di rado Ginzburg ha vissuto e raccontato la propria la ricerca come una sorta di percorso di caccia che impone al cacciatore la massima attenzione agli indizi lasciati dalla sua preda (ramoscelli spezzati, impronte sul sentiero), così come impone a Sherlock Holmes di cogliere le minime tracce lasciate dall’assassino: sono queste le cosiddette «spie», segni ed elementi conoscitivi di quello che lo stesso Ginzburg ha definito come il «paradigma indiziario», da cui trapela talvolta la parola dei vinti rimasta nascosta e dispersa tra le carte dei vincitori. Di qui la «microstoria» teorizzata e praticata da Ginzburg come ricerca intensiva e contestuale in grado di ricomporre i frammenti del passato in una credibile ricostruzione complessiva, di cui il primo e affascinante esempio è stato proprio Il formaggio e i vermi. Ne è nata la collana einaudiana di «Microstorie», da lui diretta insieme con Giovanni Levi, in cui sono apparsi alcuni volumi di notevole interesse, anche di autori stranieri come Edward P. Thompson, Jean-Claude Schmitt, Natalie Zemon Davis e altri. Il primo volume fu opera dello stesso Ginzburg con una incursione, molto criticata ma ricca di intuizioni e intelligenza, come sempre, nel campo della storia dell’arte, e in particolare su Piero della Francesca con sue Indagini su Piero: il Battesimo, il ciclo di Arezzo, la Flagellazione di Urbino (1981), in cui venivano ricostruiti alcuni contesti politici di quei celebri dipinti. Fuori collana, ma del tutto coerente con i suoi presupposti è anche il libro Giochi di pazienza. Un seminario sul “Beneficio di Cristo” , (1976) scritto con Adriano Prosperi, nelle cui pagine il lettore era invitato a entrare allo studio dello storico come in una cucina, a verificare la qualità degli ingredienti, a sorvegliarne la cottura e infine ad assaggiare il piatto, in modo che tutto il lavoro di ricerca fosse squadernato sorto i suoi occhi non solo nei suoi risultati ma anche nel suo farsi. Non è arbitrario affiancare a questa prospettiva di studi anche il libro su II giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri (1991), in cui il metodo indiziario veniva utilizzato per un’analisi minuziosa volta a smentire le tesi dell’impianto accusatorio della magistratura.
Il tema del sabba, infine, e dell’inquietante affacciarsi dei morti sul mondo dei vivi, e in particolare il mito della cavalcata notturna dei morti, hanno suggerito a Ginzburg di studiarne la presenza in culture diverse, prive di contatti tra loro, e quindi in una problematica prospettiva di natura morfologica (Storie notturne, 1986), inoltrandosi in un geniale labirinto delle fonti più disparate. Si è affiancato nel contempo ad Arnaldo Momigliano nel difendere le testimonianze sulla shoah contro tutti i negazionisti e revisionisti, mentre il problema della verità, del criterio di affermazione della verità ritorna in molte delle raccolte di saggi da lui pubblicati negli ultimi anni, come Rapporti di forza (1999) o Il filo e le tracce. Vero, falso, finto (2006), Nondimanco. Machiavelli, Pascal (2018) fino all’ultimo, Il vincolo della vergogna (2025) a tutela della storia intesa come verità alla fin fine accessibile, almeno in parte, senza accettarne la riduzione a pura narrazione.
Tra i premi da lui vinti si segnalano il premio Viareggio per la saggistica (1998), il premio Feltrinelli per le scienze storiche dell’Accademia Nazionale dei Lincei (2005) e il premio Balzan nel 2010. Il patrimonio intellettuale lasciato in eredità da Ginzburg è immenso, perché non è costituito solo dalle sue pur importantissime ricerche, ma da un discorso sul metodo che insegna a studiare temi e problemi molto difficili, a prima vista inattingibili da una ricerca meramente documentaria, talora densi di contraddizioni, cogliendone però sempre qualche possibilità di farne e raccontarne la storia.

