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Il Socio Clemente Marconi, autorevole conoscitore dell'arte classica, è mancato prematuramente

Marconi, Clemente

Nella notte tra il 21 e 22 luglio è venuto a mancare, nella sua casa di New York, il Socio corrispondente Clemente Marconi, James R. McCredie Professor in the History of Greek Art and Archaeology all’Institute of Fine Arts della New York University, nonché University Professor presso la stessa università e Professore ordinario di Archeologia Classica all’Università degli Studi di Milano. Formatosi presso la Sapienza di Roma e la Normale di Pisa, Marconi è stata una delle menti più brillanti della sua generazione. La sua impostazione scientifica univa una conoscenza capillare dell’arte classica, e più in generale del mondo antico, con un approccio alle fonti e all’evidenza archeologica articolato, non dogmatico, sempre attento alle specificità della documentazione. Le sue analisi – vuoi di un manufatto, vuoi di un’architettura, vuoi di un testo scritto – si distinguevano per un’attenzione al dettaglio meticolosa ma mai pedante: i particolari venivano da lui analizzati con un occhio saldamente volto al quadro più ampio a cui contribuivano; e tale quadro era a sua volta informato da una lucida coscienza metodologica e teorica. 
Tali qualità sono già evidenti nella sua prima monografia, Selinunte. Le metope dell’Heraion (Franco Cosimo Panini, 1994), con la quale Marconi si impose all’attenzione del mondo scientifico come autorevole conoscitore della scultura della Sicilia greca. La sua magistrale interpretazione delle immagini che decoravano il tempio E di Selinunte, nell’avvalersi degli strumenti della semiotica e dell’iconologia arricchiva e sostanziava al contempo questi approcci mediante una costante attenzione ai dati contestuali, e in particolare alla sfera del culto e del rito. Il suo interesse per la dimensione ermeneutica non era peraltro un fatto incorporeo, astratto, ma si accompagnava a un serrato confronto con la materialità delle metope e con la loro funzione concreta come decorazione architettonica. Per arrivare alla trattazione dei “significati”, Marconi guidava anzitutto il lettore attraverso una circostanziata rassegna della storia degli studi e dei restauri, basata fra l’altro su approfondite ricerche d’archivio; passava poi a una finissima analisi formale, la quale gli permetteva di individuare officine, procedure di bottega, tendenze stilistiche; e culminava con ricostruzioni individuali di ciascuna metopa così come del ciclo nel suo insieme. 
Una prospettiva simile, ma arricchita dall’esperienza degli anni americani e dall’intenso dialogo con le prospettive e gli approcci della scholarship anglofona – Marconi iniziò a insegnare alla Columbia University di New York nel 1999, passando a NYU nel 2006 – caratterizza anche la sua seconda monografia, Temple Decoration and Cultural Identity in the Archaic Greek World: The Metopes of Selinus (Cambridge University Press, 2007), dedicata all’ornamentazione figurata dei templi della Selinunte arcaica. Se già le metope di età classica erano state da lui indagate sullo sfondo di una cornice storico-artistica più ampia, i monumenti dei secoli precedenti diventavano tasselli per una nuova storia complessiva della decorazione architettonica in Grecia – laddove lo status ancipite di quest’ultima, a cavallo tra architettura e scultura, forniva un’arena ideale ove mettere alla prova la versatilità e complessità del suo approccio. In altre parole, nella visione di Marconi il panorama architettonico e artistico di Selinunte otteneva una rilevanza ‘globale’ che lo riscattava da miopi localismi e da qualsivoglia presunta perifericità.
In generale, Selinunte e la Sicilia hanno rappresentato un asse portante e un costante punto di riferimento, anche affettivo, per Marconi. Fra le innumerevoli sue pubblicazioni a riguardo merita qui citare la fondamentale trattazione della Dea di Morgantina, comparsa nella prestigiosa collana Antike Plastik (2016); la co-curatela (con C. Lyons e M. Bennett) del volume di accompagno dell’importante mostra Sicily: Art and Invention between Greece and Rome, tenuta a Malibu, Cleveland e Palermo fra il 2013 e il 2014; nonché i lavori su teatro e spettacolo in Sicilia. Ma è soprattutto nel lavoro sul campo che il legame tra Marconi e la Sicilia si è esplicato nella pienezza delle sue potenzialità: gli scavi sull’acropoli di Selinunte, da lui condotti fin dal suo arrivo a NYU nel 2006, e poi potenziati dal partenariato con Milano a partire dal 2017, hanno riguardato in particolare i templi C, B ed R, nonché il cd. Edificio Sud, coprendo un arco cronologico che va dall’arcaismo all’età ellenistica. Ciò ha permesso di scrivere (e riscrivere) con un impressionante livello di dettaglio capitoli fondamentali della storia del santuario. Grazie alla messa in atto sistematica di una straordinaria acribia archeologica, Marconi è riuscito a recuperare rituali, pratiche sociali, eventi, tendenze di lunga durata: un esercizio esemplare – al contempo rigoroso e fecondo – dell’immaginazione storica.
Il suo modo di procedere si distingueva in particolare per la capacità di partire da un frammento apparentemente insignificante per ricostruire interi scenari e dischiudere nuove prospettive di ricerca: una capacità quasi divinatoria, che si nutriva della combinazione di scienza e intelligenza. Emblematico è il caso di un flauto in osso dell’inizio del VI secolo, rinvenuto nella campagna del 2012, il quale non solo venne ricostruito in 3D ma diede anche lo spunto per l’organizzazione di un intero convegno archeomusicologico, Musicians in Ancient Coroplastic Art: Iconography, Ritual Contexts, and Functions, i cui atti sono stati pubblicati nel 2016; e a cui, in tempi recentissimi (2026), è seguita la pubblicazione del Routledge Handbook of Music and Dance Performance in the Ancient Mediterranean: An Interpretative Approach (in entrambi i casi, insieme ad A. Bellia). Questo esempio permette peraltro di evidenziare le doti di Marconi come promotore e coordinatore di iniziative scientifiche anche al di là degli studi sulla scultura architettonica e su Selinunte. Per menzionare solo due ulteriori casi, il volume da lui curato, Greek Painted Pottery: Images, Contexts, and Controversies (2004), incentrato sulla ceramografia, promuoveva esplicitamente un approccio contestuale ai fini di una corretta comprensione dell’imagérie dei vasi attici; e lo Oxford Handbook of Greek and Roman Art and Architecture (2015) – non casualmente dedicato al suo maestro pisano, Salvatore Settis – è, nell’ampiezza dei suoi contenuti, una luminosa testimonianza della concezione a tutto tondo, non settoriale, dell’arte antica da parte di Marconi. 
Ma il profilo intellettuale di Marconi non sarebbe completo se non si ricordasse almeno anche il ruolo chiave da lui assegnato alla dimensione antropologica della storia dell’arte. Invero, tale dimensione sottende tutta la sua produzione scientifica, ed è alla base di alcuni dei suoi scritti di maggiore impatto, non a caso comparsi nell’autorevole rivista Res: Anthropology and Aesthetics, fondata e a lungo diretta da un altro Italiano di genio troppo presto scomparso, Francesco Pellizzi. Gli articoli ivi pubblicati da Marconi – per esempio sul concetto di kosmos nell’architettura arcaica, sull’(in)visibilità del fregio del Partenone, su una scena vascolare magno-greca dove Eracle è rappresentato sia come statua che come personaggio “reale” – sono dei capolavori di metodo, come anche di prosa scientifica.
Molto altro si potrebbe elencare ed elogiare dell’operato di Marconi: non ultimo il forte senso civico, che lo condusse a impegnarsi con successo in favore della restituzione all’Italia di oggetti archeologici illegalmente esportati. Al di sopra di ogni altra cosa, tuttavia, è la sua dedizione all’insegnamento che merita di essere ricordata: per Marconi niente e nessuno era più importante degli studenti, fossero essi undergraduates alle prime armi o dottorandi in procinto di discutere le loro dissertazioni, newyorkesi oppure milanesi; e niente lo riempiva più di orgoglio e felicità dei progressi e successi dei suoi allievi. Maestro rigoroso ed esigente, Marconi attirava menti di talento grazie alla mera forza della sua passione scientifica, una passione contagiosa; e, con tipica generosità, ripagava cento e mille volte l’impegno di chi aveva la fortuna di lavorare con lui. E sono proprio questa passione e questa generosità, unite a un’eccezionale forza di volontà, a una disposizione d’animo invariabilmente positiva, a una sempre garbata ironia (e auto-ironia), a un’etica del lavoro senza pari, che hanno permesso a Marconi di tenere a freno i problemi di salute che lo hanno accompagnato per più di due decenni e che solo in apparenza hanno infine avuto la meglio: perché il lascito scientifico e intellettuale di Marconi, il suo contributo alla disciplina, il suo esempio umano, il suo ricordo, sono e rimarranno uno ktema es aei per tutti – colleghi, studiosi, studenti, amici.

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