
All’Accademia Nazionale dei Lincei si è svolto un convegno dedicato a uno dei fenomeni geologici più affascinanti e rilevanti per la storia profonda della Terra: la nascita di un nuovo oceano nella regione del golfo di Aden, del Mar Rosso, e della Dancalia o Afar nell’Africa Orientale. In quest’area, dove oggi si osserva un rift o fossa profonda che attraversa il deserto etiope parallela al Mar Rosso, è possibile seguire in tempo reale i processi che trasformano un continente in un bacino oceanico. Si tratta dell’unico luogo del pianeta in cui questo meccanismo, attivo da milioni di anni, può essere studiato direttamente sulla superficie terrestre, grazie all’emersione di porzioni di crosta che altrove si trovano nascoste sotto gli oceani.
La regione dell’Afar, che rappresenta il punto più basso dell’Africa con i suoi 155 metri sotto il livello del mare, è il nodo in cui si incontrano e si separano tre placche: quella araba, quella nubiana (o africana) e quella somala. La loro progressiva divergenza sta preparando, nel corso di decine o centinaia di milioni di anni, la formazione di un nuovo oceano destinato a dividere l’Africa orientale dal resto del continente. L’area è caratterizzata da un’intensa attività vulcanica e sismica che accompagna l’allontanamento delle placche e che permette di registrare la deformazione della crosta attraverso tecniche geodetiche e sismiche.
Nel corso dell’incontro sono stati presentati modelli che mostrano come la velocità di estensione, la temperatura del mantello e i processi superficiali influenzino la nascita di margini continentali più o meno ricchi di magmatismo. L’obliquità del rift contribuisce alla segmentazione delle zone di frattura, generando sistemi complessi in cui alcuni segmenti si propagano, altri si sovrappongono e altri ancora vengono abbandonati, determinando una distribuzione irregolare della deformazione e del vulcanismo. Nuove ricostruzioni della separazione tra la placca nubiana e quella araba hanno permesso di distinguere con maggiore precisione dove il Mar Rosso sia ancora sostenuto da crosta continentale stirata e dove invece sia già presente crosta oceanica in formazione.
Un aspetto particolarmente discusso riguarda la natura del mantello litosferico sotto la Penisola Arabica. Le analisi isotopiche mostrano che i magmi conservano una firma chimica molto antica, risalente al Proterozoico, segno di un mantello eterogeneo composto da domini profondi e antichi accanto a porzioni più giovani e impoverite. È emerso inoltre che intrusioni magmatiche nella crosta inferiore potrebbero aver rallentato la rottura del continente, ritardando la deformazione necessaria all’avvio dell’espansione oceanica. Questo risultato invita a riconsiderare il rapporto tra magmatismo e apertura degli oceani, spesso interpretato come un fattore accelerante, ma che in questo caso sembra aver agito come un freno temporaneo.
Le nuove prospettive offerte dalla termobarometria e dalla petrologia ab initio permettono oggi di ricostruire con maggiore precisione le condizioni di formazione delle rocce profonde e di comprendere meglio i processi che avvengono nel mantello terrestre. L’appuntamento ha rappresentato un momento di confronto interdisciplinare di grande valore, capace di unire geologia, geofisica, geochimica, vulcanologia e storia naturale attorno a un fenomeno che continua a modellare il nostro pianeta sotto i nostri occhi e che, nel lungo termine, ridisegnerà la geografia dell’Africa.
L’incontro ha offerto anche uno sguardo sulla storia e sulla geografia della Dancalia, chiarendo l’origine dei termini Afar e Danakil e descrivendo la natura estrema dei suoi ambienti, che hanno avuto un ruolo significativo anche nell’evoluzione umana da vari generi “pre-ominidi” fino a Homo Sapiens.

