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I sughi d’erba di Ginesio del Barba a Palazzo Corsini

Date: 
15/05/2020



La decorazione della cosiddetta “Sala Verde”, collocata al secondo piano di Palazzo Corsini, rappresenta una importante e inconsueta particolarità nel contesto dell’arredo della sede dell’odierna Accademia Nazionale dei Lincei. Le pareti dell’ambiente infatti sono interamente rivestite di tappezzerie che raffigurano, con garbata eleganza, episodi tratti dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Le scene, disposte entro ampi riquadri, sono circondate da una fascia decorativa di racemi, motivi floreali e teste di putti. In basso, al centro di ogni scena, un’iscrizione reca l’indicazione del canto e della stanza del poema da cui è tratto l’episodio raffigurato.

La sala conserva per intero l’apparato ornamentale originale che, nel luglio del 1755, venne commissionato dal duca Filippo Corsini al pittore e decoratore toscano Ginesio del Barba. Per la sua realizzazione, l’artista si avvalse di grandi tele colorate con una particolare tecnica, detta dei “sughi (o succhi) d’erba”. Tale espediente, che prevede la stesura di pigmenti vegetali, effettuata con maniera squisitamente pittorica e di solito su tessuti di canneté di seta e quasi senza alcuna preparazione, consente di avvicinarsi, con maggior facilità ed economia, alla resa e all’effetto dei più preziosi arazzi. 

I “succhi d’erba” conobbero una considerevole diffusione nei palazzi nobiliari a partire dal XVII secolo, e Ginesio del Barba (Massa 1691 – Roma 1762) ne fu abile interprete. Figlio di un contadino, intorno al 1716 Ginesio dovette recarsi a Roma, dove trovò protezione tra gli aristocratici originari di Massa, come l’avvocato Pietro Guerra e il conte Ceccopieri, che lo introdusse a sua volta presso monsignor Camillo Cibo. Fu però sotto la protezione del colto e cosmopolita cardinale Filippo Antonio Gualtieri, che gli consentì di studiare e formarsi nel contesto della sua eclettica raccolta di curiosità esotiche, antiquarie e di strumenti scientifici, che Ginesio poté affinare il suo talento, sviluppando particolare perizia nell’imitare le tappezzerie con un sapiente uso dei colori, soddisfacendo così la crescente richiesta di rivestimenti parietali di costo inferiore rispetto a quello dei veri e propri arazzi. La rassegna di biografie d’artista di Francesco Maria Gabburri (Vite di pittori, 1740 circa, p. 1305) lo descrive come «eccellente maestro nel contrastare in pittura gli arazzi, tanto di boscherecce quanto di figure […]. Opera ancora in grottesche all’uso di Perino del Vaga, di Giovanni da Udine e di Monsù Berain, dipingendo con sughi d’erbe, onde i suoi lavori non perdon mai il loro vivace primiero colore benché lavati più e più volte».

Ginesio del Barba ebbe presto tra la sua clientela le grandi famiglie aristocratiche di Roma: gli Odescalchi, i Pamphili – nella cui villa Belvedere di Frascati realizzò forse le sue opere più rappresentative, lasciandovi eccezionalmente la firma – e appunto i Corsini. Nel Palazzo alla Lungara Ginesio fu attivo anche nella sala della “Alcova” – già di Cristina di Svezia – dove dipinse le decorazioni degli zoccoli delle pareti, degli intradossi e i ritocchi alla volta con la sostituzione degli stemmi Riario con quelli Corsini. 

La “Stanza Verde” di Palazzo Corsini testimonia della particolare diffusione della Gerusalemme Liberata quale soggetto prediletto per questo tipo di decorazioni. La conduzione narrativa testimonia una profonda e attenta conoscenza del testo del Tasso da parte di Ginesio del Barba, dovuta anche alle esplicite disposizioni del Duca Filippo. Le scene infatti costituiscono una vera e propria trasposizione pittorica dell’edizione del poema di Torquato Tasso pubblicata nel 1745 a Venezia da Giambattista Albrizzi e illustrata da Giovanni Battista Piazzetta con venti splendide tavole. Di quest’opera sontuosa, considerata tra i più bei libri italiani del Settecento, i Corsini ne possedevano almeno una copia, ancora oggi custodita nella Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana. .

La scelta degli episodi raffigurati sui cinque teli che rivestono le pareti della stanza riflette una predilezione per soggetti legati all’amore, alle battaglie e all’ambientazione pastorale: Tancredi dichiara il suo amore a Clorinda (Canto III, stanza 28); la Morte di Clorinda (Canto XII, stanza 67); il Duello di Argante e Tancredi (Canto VI, stanza 43); Erminia e Tancredi (Canto XIX, stanza 104); Ermina tra i pastori (Canto VII, stanza 7). Nei due sovraporta, dei putti recano rispettivamente il medaglione con il ritratto del poeta e i suoi «trofei poetici», tra cui spiccano un calamaio e il libro con l’iscrizione «Gofredus» sulla costa, ovvero il primo titolo dell’opera tassiana. 


 

Bibliografia

S. RUDOLPH, La pittura del ‘700 a Roma, Milano 1983, p. 748, tav. 32; E. BORSELLINO, Le decorazioni settecentesche di Palazzo Corsini alla Lungara, in Studi sul Settecento romano, III, Ville e palazzi: illusione scenica e miti archeologici, Roma 1987, pp. 181 s.; O. MICHEL, sv. Del Barba, Ginesio, in Dizionario Biografico degli Italiani, 36 (1988), pp. 326-328 (con bibliografia e fonti); A. COSMA, Tessuti per distinguere e tessuti per raccontare: gli appartamenti di Palazzo Corsini alla fine del Settecento, in Vestire i palazzi. Stoffe, tessuti e parati negli arredi e nell’arte del Barocco, a cura di A. Rodolfo e C. Volpi, Città del Vaticano 2014, pp. 283-303; M.S. BOLZONI, Le tele d’argento e i succhi d’erba: qualche annotazione su due tecniche poco conosciute, «Bulletin de l’Association des Historiens de l’Art Italien», 15-16 (2010), pp. 132-138.


 

Legenda

Fig. 1 Sala verde
Fig. 2 Ginesio Del Barba, Il Duello di Argante e Tancredi
Fig. 3 Ginesio Del Barba, Erminia tra i pastori
Fig. 4 Torquato Tasso, La Gerusalemme liberata...con le figure di Giambatista Piazzetta. Venezia, Albrizzi, 1745. Frontespizio

 

 

Categoria: 
Approfondimento