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Patriza Cavalli, la potessa Premio Feltrinelli 2017, mancata a Todi il 21 giugno

Date: 
21/06/2022

È morta a Roma lo scorso 21 giugno, all’età di 75 anni, Patrizia Cavalli. «Eternità e morte insieme mi minacciano: / nessuna delle due conosco, / nessuna delle due conoscerò», scriveva nelle prime pagine del suo libro d’esordio, Le mie poesie non cambieranno il mondo (Einaudi, 1974). Nata a Todi nell’aprile del ’47, transitata per un breve periodo ad Ancona, Patrizia Cavalli era giunta nella capitale per frequentare la Facoltà di Filosofia dove si era affermata nell’ambiente culturale romano, in virtù di una voce poetica estremamente limpida e concisa. 

Nel 2017 l’Accademia Nazionale dei Lincei le aveva conferito il prestigioso premio Feltrinelli. Questa la motivazione: “Grazie alle sillogi dei suoi versi pubblicate nell’arco di circa quarant’anni presso Einaudi, Patrizia CAVALLI ha acquisito una posizione di tutto rilievo nell’ambito della letteratura italiana contemporanea. Da Poesie (ove sono raccolti componimenti che vanno dal 1974 al 1992), a Sempre aperto teatro del 1999, a Pigre divinità e pigra sorte del 2006 a Datura del 2013 si disegna un tormentato percorso di certificazione della propria esistenza per rispondere a quell’angoscioso Che cosa sono io? che ancora in uno degli ultimi testi (Datura, eponimo della silloge) risuona quasi a testimoniare l’inanità dello sforzo. Nei versi di Patrizia Cavalli, nonostante l’evoluzione nel tempo, persiste, seppure con diversa intensità e in diversi contesti, la percezione del reale come negatività assoluta: Nei nostri giorni dove non si ha certezza | nemmeno della noia che procede. In questo breve spazio, insieme a noia, risuona un’altra parola dotata di diversamente complesse connessioni semantiche: certezza, oggetto altrove, se non come qui di negazione, certo di declassamento; ad esempio quando, all’indugio sulla vecchietta che alla sera del sabato raccoglie gli avanzi d’un mercato ortofrutticolo, segue Ma io non cercavo frutta marcia o fresca, | io volevo soltanto la certezza | della settimana che finisce, | dell’occasione persa. Non mancano certezze di segno opposto come del tuo corpo assoluto la certezza, mirabile lemma del lessico erotico di Patrizia Cavalli; tuttavia è pur vero che la negatività è oggetto privilegiato di molte certezze e che, in parallelo, hanno breve vita le illusioni, come esemplifica La giornata atlantica, dove l’abbandonarsi alla tiepida pace di ogni giorno è seguito da notizie di terrore e, conclusivamente, dalla vana richiesta di soccorso: col peso del tuo corpo dammi corpo. | Ma è il rimedio che produce il male. E non c’è scampo nemmeno nel sogno: Con la sua grande alberatura il sogno | era già pronto a tendere le vele. | Nostromo e capitano erano assenti | e i marinai fantasmi inconcludenti, dove la metafora del veliero rimanda al mare che altrove, ma non qui, rappresenta una delle rare vie di fuga dalla noia del vivere. Noia, certezza, mare sono alcune delle parole che veicolano temi cruciali della poesia di Patrizia Cavalli; ma va ricordata anche, a testimoniare un atteggiamento non rassegnato, la frequenza, fin dai versi più antichi, di imperativi (raccontami ogni cosa) e di verbi deontici: vorrei improvvisamente la prigione; e sempre dovrò partire; Devo fingere, dove fingere è un’altra parola chiave delegata a fornire la misura di un difficile rapporto con gli altri: fingo di aspettarti; a volte mi fingo innamorato; Fingo di avere anima e pensieri | per circolare meglio in mezzo agli altri arrivando alla finzione ineluttabile anche se negata in non fingo i sentimenti, | ma cosa posso farci | se in due minuti | diventano tradimenti? In posizione eminente, fingere si colloca nel campo semantico dell’incertezza, del dubbio, della contraddizione, insomma delle blande patologie che connotano spesso il tema pervasivo dell’amore: Due ore fa mi sono innamorata | tremo d’amore e seguito a tremare, | ma non so bene a chi mi devo dichiarare; Sarebbe amore, se a concertarlo | avessi qui il Maestro; e mi dicessi: «Amore mio, | ma che è successo?», sarebbe un pezzo | di teatro di successo; Io ti rispondo: «Ti avrò sempre presente, | avrò il pensiero pieno del tuo niente», «Vengo da te senza camminare | io non ti amo ma tu non dubitare». In questi ultimi versi, e spesso anche altrove, la rima baciata sancisce una chiusura senza appello, funzione delegata anche alla rima tra ultimo e terzultimo verso, come in Mio teatro ostinato, | rifiuto del sipario, sempre aperto teatro, | meglio andarsene a spettacolo iniziato: conclusione perentoria, talvolta di tono proverbiale come in ma troppa mira fa lo sguardo angusto, | amor traslato non coglie mai nel giusto. Ma non si esaurisce qui la tonificante e nello stesso tempo ben assimilata presenza sia di versi di misure sillabiche tradizionali, sia di figure retoriche come le allitterazioni (nuvole novelle, pioggia pietosa, tiepido torpore ecc.) e di sinestesie (per es. l’ossimorica grigia freschezza). Nel suo insieme il linguaggio poetico di Patrizia Cavalli si evolve nel tempo verso, si direbbe, una prosa che non è prosa; in questo percorso, sempre conserva la raffinata sobrietà che ne fa strumento organico a una tematica di rara e tuttavia contenuta intensità emotiva”

Categoria: 
istituzionale